Chofu: guida alle meraviglie e alle delizie

Dove mangiare e cosa vedere a Chofu, il quartiere dell’Ajinomoto Stadium, l’impianto sportivo che ospiterà alcune cruciali partite del mondiale di Rugby

Per chi volesse fuggire dai frenetici ritmi di Tokyo e godersi un po’ di pace e relax, la città di Chōfu (調布市) nell’area di Tama rappresenta una comoda soluzione per “staccare la spina”.
Dalla stazione centrale di Shinjuku, la Keio Line conduce infatti in soli 15 minuti alla stazione di Chofu, mentre con una manciata di minuti (due fermate) in più si raggiunge la stazione di Tobitakkyu, la più vicina allo stadio.

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Approssimativamente a sud-ovest rispetto ai 23 distretti centrali della capitale, questa antica città conurbata nella metropoli edochiana, con una popolazione di oltre 200.000 abitanti, è una delle aree più verdi nel complesso urbano di Tokyo e offre suggestive e imperdibili attrazioni nonché alcuni dei ristoranti più caratteristici.
L’area è rinomata per i parchi, le sue terme e per la quasi onnipresenza di sorgenti e corsi d’acqua lungo i quali è possibile ammirare gli antichi mulini (alcuni ancora attivi), utilizzati per la molitura delle farine, in particolare quella di soba (蕎麦, di grano saraceno), con la quale vengono preparati gli omonimi spaghetti.

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Il simbolismo naturale ha fatto sì che in questo luogo suggestivo sorgesse il Fudaten Jinja (布多天神社, 5 minuti a piedi dalla stazione di Chofu), tempio shintoista anticamente dedicato al culto delle sorgenti calde, del commercio, della produzione di sake, della tessitura dei filati e della medicina.
Il tempio, situato originariamente a ridosso del fiume Tama, a seguito delle numerose esondazioni che ne danneggiarono irrimediabilmente la struttura, nel 1477 fu riposizionato più a nord nel sito dove si trova oggi.
Nella seconda metà del X secolo il complesso sacro è stato associato alla figura dell’esiliato Michizane Sugawara, ministro e precettore di Daigo (60° imperatore del Giappone), morto nel 903 dopo esser stato allontanato a seguito di una congiura di palazzo.
Una serie di disastri seguiti alla sua dipartita sterminarono gran parte del clan a cui apparteneva il capo della cospirazione.
Questi eventi vennero attribuiti allo spirito vendicatore di Sugawara il quale, al fine di placarne l’ira distruttrice, venne successivamente divinizzato con il nome di Tenjin (天神), il dio protettore degli studi e della calligrafia.
Molti altri templi sparsi in tutto il Giappone Gli sono dedicati.

La sua figura è associata ad un toro in posizione accucciata. Ciò è dovuto al fatto che durante il suo funerale, l’animale che trainava il carro con il feretro, per l’appunto un toro, si accucciò rifiutandosi di raggiungere il cimitero.
Una statua dell’animale sacro di Tenjin è conservata al Fudaten Jinja e per propiziarsi la fortuna prima degli esami, gli studenti inseriscono le dita dentro al naso del simulacro e ne accarezzano il dorso.
Il tempio è anche associato con i miti imperiali più antichi (è probabile che qui nel IV sec. d.C. già vi fossero alcuni edifici sacri). La leggenda racconta che seguendo le indicazioni di un oracolo, gli abitanti del luogo avessero sepolto un vestito nel letto dell’adiacente fiume Tama, dedicandolo alla dinastia imperiale.
Si narra che fu dunque all’epoca che l’imperatore decise di rinominare l’intera zona nei pressi del tempio come Chofu (調布), un termine che unirebbe i kanji di tassa pagata sottoforma di beni (調) e tessuto (布).

Proprio questo tempio così ricco di storia, tradizioni e misteri ha fornito la cornice ad uno dei manga più popolari mai prodotti, Gegege no Kitarō (ゲゲゲの鬼太郎), conosciuto anche in Italia come Kitaro dei cimiteri. Il padre di questo capolavoro della fumettistica giapponese anni ’60 è Shigeru Mizuki. Questo disegnatore, scrittore e biografo, prima di diventare celebre grazie alle sue opere, fu un soldato dell’esercito imperiale. Durante il secondo conflitto mondiale perse il braccio sinistro (il suo dominante, trinciato dalla scheggia di una bomba durante un’incursione aerea nemica) e fu fatto prigioniero dalle forze alleate in Nuova Guinea. Liberato al termine della guerra, si trasferì a Chofu e qui trovò casa a due passi dal Fudaten Jinja. La mutilazione lo costrinse ad imparare a disegnare con il destro e combattendo con i mostri del suo passato, tra la vegetazione e i flussi d’acqua di Chofu, trovò l’ispirazione per il suo celebre fumetto, disegnato incredibilmente con l’unica mano che gli restava.
Gli Yōkai (妖怪) quella serie di apparizioni, mostri e fantasmi di cui è ricca la tradizione dell’arcipelago che per l’appunto trovano ampio spazio nel suo fumetto più famoso, rivivono nella via forse più celebre di Chofu, la cosiddetta Tenjin Dori Shotengai (天神通り商店街, la strada dello shopping) a due passi dal Fudaten Jinja.

Questa “passeggiata” è dedicata proprio alla memoria di Mizuki e soprattutto ai “mostri” di Kitarō. Percorrendo la via sarà infatti possibile imbattersi in alcune statue dei protagonisti del fumetto, mentre facendo ancora più attenzione sarà possibile individuare 6 tombini che hanno per soggetto alcuni Yōkai disegnati da Mizuki.


La Tenjin-Dori però è anche una delle strade che animano la movida di Chofu. Proprio qui ci sono alcuni ristoranti e locali aperti fino a tarda notte che meritano una visita.

All’angolo con la trafficata Koshu-Kaido (la strada che divide la parte “commerciale” di Tenjin-Dori da quella che conduce al santuario Fudaten) c’è il Jackson Hole, un’interessante birreria in stile americano, che al suo interno si presenta come una baita di montagna con decorazioni e sgabelli di legno (il nome del locale è infatti un tributo all’omonima valle montanara del Wyoming). Insieme all’originale design, ci sono almeno altri due motivi per visitare questa birreria: i deliziosi hamburger e la birra St Robinson (una lager artigianale prodotta dai proprietari del ristorante). Un’ottima pinta e un paio di panini (ce ne vogliono almeno due visto che sono piccini), con patatine fritte costano intorno ai 1500 Yen, un prezzo più che ragionevole che non vi farà senz’altro rimpiangere McDonald…

調布 天神通り Tenjin Street,choufu
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Altro imperdibile indirizzo sulla via è Yataiya hakata gekijou (屋台屋 博多劇場調布店, tra i 2000 e i 3000 Yen) riconoscibile dalla facciata di legno con gli ideogrammi illuminati e la coppia di scalini che conduce all’ingresso principale. Ambiente movimentato fino a tardi (soprattutto nel fine settimana), prezzi modici e stile spartano per questa izakaya che serve alcuni piatti tipici della tradizione giapponese tra cui i tennabe gyōza (鉄鍋餃子, ravioli croccanti serviti in una pentola di ferro) e interessanti varianti di oden(おでん), ossia ingredienti come daikon, konjak (コンニャク), uova e ganmodoki (雁擬き, tofu fritto a base di verdure) immersi in un brodo di pesce (だし), insaporito da katsuobushi (鰹節, fiocchi di tonnetto secco), alghe konbu (昆布) e salsa di soia.
Anche il mentaiko (明太子), le uova di merluzzo marinate piccanti, sono notevoli e potrebbero accompagnare delle nagaimo-yaki (長芋焼き), le patate alla griglia ideale intingolo del delizioso asupara butamaki (アスパラ豚巻き), un sugnosissimo rotolo di maiale con asparagi, cavallo di battaglia del locale.

Poco distante c’è Dandadan Sakaba, altro izakaya specializzata in gyoza (餃子, i ravioli orientali). Una catena con oltre 53 locali tra Tokyo e Kanagawa, quello sulla Tenjin Dori è caratterizzato dalle decorazioni murali in stile giapponese e cinese tradizionale. La catena è famosa per i gyoza fritti (440 yen a porzione) e per le alette di pollo gyoza (470 yen).
Motsu yaki tokoro ishii honten è invece la casa madre di una serie di izakaya specializzate in yakitori, i classici spiedini alla brace di pollo, manzo e verdure. Come in altri izakaya anche qui il cosiddetto “quinto quarto” trova una sua nobilitazione e anche per questo vale la pena non perdere alcune particolari varianti di gyūtan (牛タン, la lingua di manzo) proposte dallo chef.
Chi invece vuole concedersi un ricco piatto di sushi, dovrà fare una capatina da Dai sushi Tenjindōri-ten, locale aperto sia a pranzo che cena con prezzi leggermente più alti rispetto alla media della via (si spende non meno di 3-4 mila yen) che tuttavia offre economici menù fissi a pranzo con intriganti varianti giornaliere di sushi e sashimi.

Per uno stuzzichino dolce post prandiale suggeriamo invece una visita alla Boulangerie Aurore. Qui oltre a vari tipi di pane e baguette, vengono sfornati diversi dolci della tradizione europea rivisitati in salsa nipponica come ciambelle, bombe con la crema, cannoli e muffin al té verde freschi, deliziosi e a prezzi decisamente modici.

Per fare ammenda dei peccati di gola ci si potrebbe rivolgere ad Inari, il kami scintoista della fertilità, dell’agricoltura e del riso a cui è dedicato un tempietto, il Kamifudainari proprio di fronte alla Boulangerie Aurore, all’angolo con l’incrocio della via. Una graziosa vegetazione di bambù e alcuni pini giapponesi proteggono il piccolo Toori rosso dietro al quale si nasconde un tempietto protetto dalle statue di kitsune, la volpe animale sacro della divinità. La passerella che conduce al tempio è costituita da pietre circolari bucate al centro che ricordano i 5 yen, moneta d’elezione per le offerte alle divinità shintoiste. Facendo attenzione sul marciapiede di fronte, sarà possibile scorgere uno dei sei tombini dedicati a Kitaro.

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PippoSan

PippoSan alias Filippo Frizzi, giornalista professionista e cultore del Giappone feudale, è presidente dell'Accademia del baffo di Ponte Milvio a Roma e fondatore del blog www.baffiabuffo.it. I suoi numerosi viaggi nel Sol Levante lo hanno portato ad esplorare la cucina dell'arcipelago da nord a sud. Accompagnato dai suoi ispidi mustacchi, fedeli compagni di eccessi culinari, sovente pregni di spigolature gastronomiche, ama perdersi tra i banchi del mercato del pesce al mattino presto, dove placa la sua indefessa voracità con abbuffate pantagrueliche di sashimi.